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Valle d’Aosta

Sei curiosità di Aosta che nemmeno i valdostani conoscono

La redazione · Pubblicato il

Aoste curiosités

Aosta nasconde oggi sei curiosità che vanno oltre la cartolina delle rovine romane, dalla sua vita linguistica a un castello poco mostrato, passando per un’assemblea vecchia di cinque secoli. Qui si parlano cinque lingue senza pensarci, e si è governato da soli senza saperlo. Sei curiosità di Aosta da capire prima di scoprire cosa succede in città questa settimana.

Una città che parla cinque lingue

Il francese e l’italiano sono ufficiali in egual misura grazie allo statuto di autonomia, un caso unico in Italia. La lingua savoiarda resta la lingua vernacolare di buona parte della valle, il piemontese si parla nella bassa valle, e il tedesco walser sopravvive nell’alta Valle del Lys: il titsch a Gressoney-Saint-Jean e Gressoney-La-Trinità, il töitschu a Issime, dove la scuola continua a insegnarlo. Queste comunità walser discendono da famiglie venute dal Vallese svizzero nel Duecento, che si insediano in quota, su terre che nessun altro coltivava ancora, e conservano da ottocento anni una lingua che né Torino né Parigi sono mai riuscite a cancellare. Cinque lingue su un territorio di meno di centotrentamila abitanti, un fatto che né la Francia né l’Italia possono rivendicare altrove su uno spazio così piccolo, e che non si legge su nessuna facciata, solo in una conversazione al mercato o in una messa domenicale.

Uno Stato nello Stato, prima ancora dell’ora

Nel 1536, l’assemblea valdostana crea il Conseil des Commis, un manipolo di rappresentanti dei tre ordini, nobiltà, clero e città, incaricati di gestire gli affari correnti tra due riunioni degli Stati generali della valle. L’istituzione riunisce potere politico, amministrativo e giudiziario in un’unica istanza, senza equivalente nelle altre province di casa Savoia. Nel 1560, quest’ultima le riconosce un’autonomia quasi completa, al punto che la valle negozia i propri trattati di neutralità con la Francia già dal 1537, senza passare da Torino, un privilegio che nessun altro territorio sabaudo detiene. Tre secoli prima dello statuto di autonomia moderno, promulgato nel 1948 per sanare le ferite della guerra, la Valle d’Aosta governava già l’essenziale dei propri affari, una continuità che poche regioni alpine possono rivendicare.

Un castello che non si mostra mai

A Gressoney-Saint-Jean, Castel Savoia si erge dal 1904 come residenza estiva della regina Margherita di Savoia, costruito dall’architetto Emilio Stramucci. Il re Umberto I ne posa personalmente la prima pietra nel 1899, senza vedere la fine dei lavori: muore assassinato a Monza l’anno seguente, nel 1900, e la regina, rimasta vedova, prosegue da sola i lavori che aveva voluto. Margherita, prima regina di un’Italia unificata e talmente popolare che Napoli battezza una pizza con il suo nome, sceglie questa valle appartata invece di una stazione alla moda, per l’aria pura e la vicinanza al Monte Rosa. Il poeta Giosuè Carducci vi soggiorna come ospite della regina, e il castello appartiene alla Regione autonoma dal 1981, che lo ha aperto al pubblico. Lontano dai pullman turistici del capoluogo, è un versante regale della storia valdostana che pochi visitatori valicano il colle per andare a vedere.

Due vestigia romane che si guardano male

L’Arco di Augusto, fotografato da chiunque attraversi Aosta, porta un tetto d’ardesia solo dal 1716, posato diciassette secoli dopo la costruzione per fermare le infiltrazioni d’acqua nella pietra antica, una decisione dello stesso Conseil des Commis, custode dei monumenti della città quanto delle sue leggi. Il criptoportico del foro, una galleria a due navate su tre lati che corre sotto l’antica piazza pubblica, si raggiunge da una scala accanto alla cattedrale; la sua funzione esatta resta discussa, il Comune vi legge una cerniera tra lo spazio sacro dei templi e la piazza profana. Poco distante, la Porta Praetoria, l’antico ingresso principale della città romana, conserva le sue tre aperture quasi intatte, la centrale per i carri, le due laterali per i pedoni. Tre monumenti che si guardano da duemila anni senza sapere sempre cosa nascondono, o perché hanno proprio quella forma.

Niente di tutto questo richiede una guida, solo un po’ di attenzione a ciò che si crede già di conoscere.

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